IL MARINAIO CHE VOLLE MORIRE CON IL COMANDANTE

IL MARINAIO CHE VOLLE MORIRE CON IL COMANDANTE

IL MARINAIO CHE VOLLE MORIRE CON IL COMANDANTE
Storia del Regio Cacciatorpediniere Francesco Nullo

di Carlo Rastrelli
Foto: Emanuele Pantaleoni
Milites n. 55 / 2015

 

Nella vita di tutti i giorni possono capitare piccole e semplici occasioni laddove le dimensioni del tempo e dello spazio sembrano annullarsi.

Così è stato di recente per me quando, in una torrida domenica mantovana di agosto, su un banco di un mercatino antiquario, la mia attenzione è stata colpita dalla medaglietta del Regio Cacciatorpediniere Francesco Nullo. Acquistata rapidamente la medaglietta, il mio pensiero è subito volato ad una bellissima, quanto lontana, nel tempo e nello spazio, storia di armi e, soprattutto, di uomini.

Erano le 6 e 35 del 21 ottobre 1940, quando, nei pressi dell’isola di Harmil, nel mar Rosso, al largo della costa dell’Eritrea, al tempo colonia italiana, si inabissava il Nullo. Dopo la perdita di alcuni sommergibili, era la prima nave di superficie che la Regia Marina perdeva nel secondo conflitto mondiale in quel lontano fronte di guerra.

Il Nullo, dedicato al garibaldino e patriota in Italia come in Polonia, faceva parte della classe Sauro. Con un equipaggio complessivo di 156 unità, era entrato in servizio nel 1927, dislocava a pieno carico circa 1.600 tonnellate, era armato con due impianti binati da 120 millimetri, 2 mitragliere binate A.A. da 40 mm, 2 mitragliatrici da 13,2 mm, 6 tubi lanciasiluri da 533 mm e 52 mine.

Dopo essere stato sottoposto a lavori, nel 1933 per l’installazione di un telemetro e di una centrale di tiro e nel 1935 per l’impianto di condizionamento d’aria, in previsione del suo impiego in Mar Rosso, si trasferì a Massaua. Da quella base, durante il conflitto italo-etiopico, il Nullo effettuò attività di pattugliamento e contrasto al contrabbando di armi. Terminata la guerra d’Abissinia, rientrò in Mediterraneo partecipando indirettamente alle operazioni militari in Spagna per ritornare nel Mar Rosso all’inizio del 1939. Il 10 giugno 1940 il Nullo si ritrovò nuovamente in stato di guerra, effettuando una decina di missioni alla ricerca di convogli nemici in transito nel Mar Rosso.

Il 19 ottobre partiva da Aden, diretto a Suez, il convoglio britannico BN7, costituito da una trentina di navi mercantili e scortato da un incrociatore, il Leander, dal cacciatorpediniere Kimberley e da cinque fra cannoniere e dragamine. Avvistato il convoglio nemico, il giorno successivo il Comando Marina di Massaua fece uscire sei cacciatorpediniere, cioè l’intera 3^ squadriglia, con il Nullo, il Sauro, il Battisti ed il Manin, ed il Leone ed il Pantera della 5^ squadriglia.

Passando per il Canale di Nord Est, le unità italiane avvistarono il convoglio nemico poco dopo le ore 2.00 della notte tra il 20 ed il 21 ottobre, a circa 35 miglia dall’isoletta di Djebel Teyr. Le nostre navi andarono subito all’attacco con i propri cannoni e con il lancio dei siluri, senza esito alcuno. Il combattimento si protrasse fino alle 2.51 quando le unità italiane ruppero il contatto, anche a causa della maggiore gittata dei pezzi dell’incrociatore britannico, coprendosi la rotta verso Massaua con una fitta cortina fumogena. E fu durante la fase di disimpegno che al Nullo, causa un colpo inglese, si bloccò temporaneamente il timone, costringendolo a compiere giri su se stesso così perdendo il contatto con le nostre unità e subendo l’attacco di quattro di quelle inglesi che, abbandonata la scorta al convoglio, erano partite all’inseguimento delle navi italiane ed avevano raggiunto il Nullo al largo dell’isola di Harmil, la più settentrionale dell’arcipelago delle DahlaK.

Ed ecco che il pensiero annulla le distanze temporali facendo rivivere nel presente, intensamente, avvenimenti così lontani nel tempo. Ecco dunque che il Nullo si trova a dover combattere da solo contro quattro navi inglesi. Nonostante il tragico squilibrio, il Nullo si batte con coraggio e con perizia ma viene ripetutamente colpito. Il comandante della nave, il Capitano di Corvetta Costantino Borsini, decide di portare l’unità verso l’isola di Harmil, da dove parte una rotta interna, detta di nord-est, praticamente inattaccabile, che conduce a Massaua. La rotta verso Harmil è scelta da Borsini anche per la possibilità di incagliare la nave sui bassi fondali in caso di necessità, consentendo così all’equipaggio di sbarcare, e per attrarre le navi inglesi verso i cannoni di una batteria costiera italiana, la Giulietti, che a sua volta ha già aperto il fuoco contro il nemico.

Storia di navi abbiamo detto ma, soprattutto, storia di uomini; di due uomini protagonisti di una delle pagine più belle e gloriose della nostra Marina. Come scrisse Lino Pellegrini su Storia Illustrata nel dicembre 1976, “ognuno di noi ha, nella propria vita, una vetta; due uomini, sul Nullo, la stanno raggiungendo”. Il combattimento procede serrato tra le navi inglesi, la nave italiana ed i cannoni della batteria Giulietti. All’improvviso due colpi del Kimberley cadono nelle due sale macchine del Nullo, immobilizzandolo. Il comandante Borsini, con entrambe le macchine ferme e numerosi incendi a bordo, impossibilitato dunque a manovrare ed a combattere, consapevole che non riuscirà ad incagliare il Nullo, ordina l’abbandono nave e si prodiga per mettere in salvo il suo equipaggio.

Tra questi il più restio ad abbandonare la nave è la sua ordinanza, così si chiamano in Marina gli attendenti, un giovane napoletano, Vincenzo Ciaravolo, che aveva partecipato al conflitto italo-etiopico ed alle operazioni militari in Spagna, imbarcato sul piroscafo requisito Lombardia, e che nel dicembre 1939 era stato arruolato nella Regia Marina sulla nave coloniale Eritrea di cui Borsini era ufficiale in seconda. Ciaravolo aveva infine richiesto di poter seguire il suo ufficiale anche sul Nullo, nel settembre 1940, allorquando Borsini ne aveva assunto il comando.

Ciaravolo è già in salvo sui battellini di salvataggio quando si avvede che il comandante è ancora in plancia. Da tutti gli zatterini i marinai, Ciaravolo in testa, supplicano a gran voce Borsini di lasciare la nave. Quando però il giovane napoletano comprende che il comandante non intende assolutamente abbandonare la propria nave, lascia lo zatterino, raggiunge a nuoto il caccia agonizzante e, trovata una biscaglina, una scaletta di corda, che ancora pende da una fiancata, raggiunge Borsini in plancia e richiede il permesso di poter morire con lui.

Proprio in quegli attimi i colpi della batteria italiana inquadrano il Kimberley e prima che lo colpiscano gravemente, tanto da costringere le altre unità a soccorrerlo ed a trainarlo sino a Porto Sudan, il caccia inglese inverte la rotta lanciando però due siluri contro il Nullo.

In pochi secondi si succedono violentissime esplosioni e la bella nave italiana, il suo comandante e la di lui ordinanza, scompaiono per sempre nei flutti.

Sono, come detto, le 6.35 del 21 ottobre 1940.

Questi gli uomini e queste le loro “vette”.

Borsini e Ciaravolo così diversi tra loro, il primo milanese, classe 1906, di buona famiglia borghese, sposato ed ufficiale di carriera, il secondo marinaio, classe 1919, di umili origini, proveniente da una famiglia di pescatori e di marinai di Torre del Greco, in provincia di Napoli, si trovano accumunati, nella morte da uomini, dal loro coraggio di soldati.

Il primo, ammiratore di Nelson, decide, consapevolmente, di morire con la propria nave nello stesso giorno in cui l’ammiraglio inglese vinceva e periva a Trafalgar; il secondo decide, consapevolmente, di immolarsi per solidarietà umana con il suo ufficiale e per il suo ufficiale con un gesto che, come scrisse Lino Pellegrini, “riassume in se tutto lo spirito del popolo napoletano”.

Il sacrificio di Borsini indusse la Regia Marina ad emanare precise disposizioni affinché i comandanti si astenessero dal seguire le sorti della propria nave se colpita; un ordine che nessuna Marina al mondo, in nessun tempo, è stata mai costretta ad impartire.

Sia Borsini che Ciaravolo sono stati decorati di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Per il comportamento tenuto durante il combattimento, furono altresì conferite tre medaglie di bronzo al valor militare, di cui due alla memoria, al Tenente di Vascello Giovanni Gianformaggio, al Capo Cannoniere Urbano Pierdiluca ed al Capo Meccanico Francesco Sales.

Undici feriti e quattordici morti, la maggioranza dei quali riposa nel nostro cimitero militare di Massaua: queste le perdite subite dall’equipaggio del Nullo durante il suo ultimo combattimento.

Muto testimone della tragedia, ad oltre settant’anni da quegli accadimenti, il relitto del Nullo, suddiviso in due tronconi, riposa su un modesto fondale madreporico, a circa cinque miglia dal vecchio faro di Harmil. Su un piccolo isolotto vicino, Dur Gaam, un poco di sabbia, un pò di cespugli, un po’ di niente, riposano due cannoni da 120 del Nullo. Sono stati recuperati, in anni lontani, da mani eritree rimaste fedeli all’Italia. Sull’isola di Harmil i quattro cannoni della Giulietti, sebbene resi inutilizzabili all’atto della resa dell’Africa Orientale Italiana, sono ancora lì e sono ancora puntati contro il mare.

 

 

DIDASCALIE FOTO

FOTO 1/2

Verso e recto della medaglietta del Regio Cacciatorpediniere Francesco Nullo

FOTO 3

Il Nullo durante il combattimento in una stampa dell’epoca

FOTO 4/5

Borsini e Ciaravolo ritratti in una pubblicazione di propaganda edita dalla Regia Marina nel 1942

FOTO 6

Così Achille Beltrame immaginò e rappresentò l’affondamento del Nullo ed il sacrificio dei due Eroi sulla copertina della Domenica del Corriere

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